Friday, July 03, 2009

Obama-Medvedev, prove di disgelo

E' evidente che se i rapporti tra Usa e Russia dovessero peggiorare, come alcuni commentatori prevedono nel prossimo futuro (anche il sottoscritto, a meno di cedimenti di Obama), la posizione italiana rischierebbe di entrare in affanno, alla luce del ruolo di mediatore del quale si è sempre sentito investito Berlusconi, affettivamente legato alla bella pagina di Pratica di Mare 2002. Se Usa e Russia si allontanano, saranno sempre meno opportuni i suoi slanci filo-russi e saranno più difficili da far digerire ai nostri alleati gli affari energetici con Mosca. Un rischio «spaccata» per l'Italia, l'abbiamo definito qualche post fa. Tuttavia, alla vigilia di questa visita del presidente Obama a Mosca, entrambe le parti sembrano interessate, e impegnate, a volgere al meglio i loro rapporti, anche se su molti temi le aspettative ancora divergono.

Nella sua prima intervista ai media russi, anticipata oggi dall'agenzia Itar-Tass, il presidente Obama conferma la sua volontà di dialogare «alla pari» con la Russia e il suo apprezzamento per il presidente Medvedev, definito un leader «profondo e lungimirante»: «Penso che stia facendo un buon lavoro per guidare la Russia nel XXI secolo». In cima all'agenda del vertice - il principale banco di prova dei rapporti tra Usa e Russia - c'è un accordo «quadro per il trattato post-Start», cioè per la riduzione degli arsenali nucleari. Obama assicura la controparte di cercare un equlibrio «che non lasci vantaggi a nessuno dei due Paesi». Per ora i leader di Usa e Russia puntano a siglare un documento contenente gli obiettivi in cifre della riduzione dei loro arsenali strategici, da perfezionare in un trattato «entro la fine di dicembre», anticipa Obama nell'intervista, dove spiega che «per noi, mandare un segnale forte di riduzione dei nostri arsenali sarebbe di aiuto a livello internazionale, darebbe alla gente il senso che ci stiamo muovendo verso una nuova era e che vogliamo andare oltre la Guerra Fredda». «La cosa principale che voglio comunicare alla leadership e al popolo russo - aggiunge Obama - è il rispetto dell'America per la Russia, che vogliamo trattare alla pari. Siamo entrambi superpotenze e dobbiamo gestire tale responsabilità in un modo che incoraggi la pace». Pari diritti e pari doveri, è il messaggio di Obama alla Russia, inteso a superare quel senso di superiorità che prevaleva nell'amministrazione Bush e che infastidiva Mosca. «Gli Usa dimostrano la disponibilità a costruire rapporti con la Russia più sicuri e più moderni e anche noi siamo pronti a farlo», aveva a sua volta aperto, ieri, il presidente russo.

Per un accordo sul disarmo l'amministrazione Obama sarebbe persino disposta a mettere in discussione il progetto di scudo antimissile nell'Europa dell'est. L'ipotesi era stata fatta balenare tempo fa da fonti anomine dell'amministrazione sul New York Times e oggi il consigliere diplomatico del Cremlino Prikhodko, in un briefing con i giornalisti, ha confermato il legame tra i due temi. E' ciò che vorrebbe la Russia: accordo sul disarmo in cambio dell'abbandono dello scudo anti-missile, ma che probabilmente gli Usa non sono ancora pronti a concedere.

Di importanza non secondaria nei rapporti tra Usa e Russia il tema dell'Afghanistan. Il presidente Obama considera ormai quella in Afghanistan la "sua guerra", una missione da vincere. Lo dimostrano i continui bombardamenti con i droni al confine con il Pakistan e la grande offensiva lanciata proprio in questi giorni dalle forze americane nella regione afghana di Helmand. Ebbene, Obama e Medvedev firmeranno un patto per il transito di materiale militare Usa verso l'Afghanistan, via Russia. Un transito «sia aereo che terrestre, ma soprattutto aereo», ha precisato Prikhodko. Una prova importante della collaborazione della Russia in Afghanistan che sicuramente è molto apprezzata a Washington. Il tema del programma nucleare iraniano non dovrebbe essere motivo di attrito. Almeno per ora. I russi sono contrari a nuove e più severe sanzioni contro l'Iran, ma Obama - deciso a perseguire la sua strategia dell'engagement, nonostante la contestata rielezione di Ahmadinejad e la dura repressione dei manifestanti - in questo momento non sembra intenzionato a chiederle.

Entrambe le parti sono «entusiaste» all'idea di premere il bottone di "reset", spiega Stephen Sestanovich, esperto del Council on Foreign Relations, il problema è che dietro quel gesto potrebbe non esserci molto di concreto. Per Washington "reset" significa trovare un accordo sul disarmo, ma Mosca pretende in cambio «impegni legali», o comunque una rinuncia esplicita, allo scudo antimissile e all'allargamento della Nato. Non si accontenta di veder rallentare il processo di allargamento e di veder diminuire il budget Usa per la difesa missilistica.

Anche secondo l'ex consigliere per la sicurezza nazionale Usa, Zbigniew Brzezinski, è «evidente che entrambi i paesi hanno interesse a migliorare le loro relazioni». Su alcuni temi - come la riduzione dei reciproci arsenali nucleari; un compromesso sullo scudo anti-missile, e «sforzi congiunti» per rafforzare il trattato di non proliferazione nucleare - «la collaborazione non è solo possibile, ma anche vantaggiosa per entrambi». Purtroppo, osserva Brzezinski, non è affatto certo che la Russia intenda assumere un atteggiamento collaborativo sull'Iran. Le potenze sue rivali - Usa e Cina - soffrirebbero entrambe se una crisi tra Iran e Stati Uniti facesse salire i prezzi dell'energia, mentre la Russia ne trarrebbe vantaggio. La disponibilità della Russia sull'Iran potrebbe essere «più formale che reale».

Né vanno sottovalutati i «seri conflitti di interessi geopolitici» tra Usa e Russia nello spazio ex sovietico. Durante il vertice Putin e Medvedev cercheranno di capire se l'amministrazione Obama onorerà o meno gli accordi di partnership siglati dall'amministrazione Bush con Ucraina e Georgia. «Anche un segnale involontario in senso negativo - avverte Brzezinski - sarebbe interpretato dal Cremlino come una luce verde per una politica più muscolare nei confronti dei due paesi». Dev'essere fatto capire alla Russia che l'adesione alla Nato di Georgia e Ucraina «non è imminente», ma anche «che l'uso della forza o dei conflitti etnici per destabilizzarle avvelenerebbe le relazioni russo-americane». Chiarire questi aspetti è importante per far svanire al più presto ogni antistorica ambizione imperiale da parte dei russi. Secondo Brzezinski, in conclusione, l'approccio strategico dell'amministrazione Obama verso la Russia dev'essere volto a far comprendere ai russi «il loro interesse a diventare un partner genuinamente post-imperiale della comunità euro-atlantica».

Da oggi Obama ha la sua guerra

Fin dalla campagna elettorale il presidente americano aveva spiegato che l'Afghanistan, non l'Iraq, doveva essere il fronte principale della guerra al terrorismo, e aveva promesso di dirottare le risorse in quella direzione per battere al Qaeda e i Talebani una volta per tutte. Da quando è in carica ha mantenuto la parola, inviando 17 mila soldati in più, affidando il cambio di strategia al generale Stanley McChrystal e, ora, avviando la più grande offensiva dalla battaglia di Falluja, in Iraq.

Da oggi in Afghanistan si gioca un'importante fetta della sua credibilità come "commander in chief" e l'esito influirà sul suo intero mandato. Come ha giustamente osservato Con Coughlin, sul Daily Telegraph, «da adesso in poi, dovremmo considerare l'Afghanistan come la guerra di Obama», poiché la grande offensiva nella regione di Helmand «rappresenta la prima impresa militare del presidente americano da quando è entrato alla Casa Bianca. Il suo esito avrà un impatto significativo su come la sua presidenza sarà percepita dagli alleati così come dai nemici».

Thursday, July 02, 2009

Altro che sanzioni, ancora voglia di engagement

«La valutazione del ministro Frattini è corretta: gli Stati Uniti non sembrano avere alcun "appetito" per nuove sanzioni contro l'Iran». Emanuele Ottolenghi, direttore del Transatlantic Institute, condivide questa valutazione, fatta dal ministro degli Esteri riferendo sull'Iran in Parlamento, e la necessità di coinvolgere la Russia sul dossier nucleare iraniano. Mosca, secondo Ottolenghi, «a differenza dei Paesi occidentali crede che l'Iran sia lontano dalla realizzazione di armi nucleare. La Russia gioca un ruolo ambiguo, fornendo a Teheran la tecnologia della quale ha bisogno», ma facendolo in sostanza «al rallentatore».

Del resto della relazione di Frattini, invece, non condivide nulla. D'altra parte tutti i paesi europei stanno aderendo - sia pure con toni diversi - alla voglia americana di engagement con l'Iran, nonostante tutto. «Gli americani sono convinti che ci sia ancora spazio per continuare sulla strada del dialogo con l'Iran», ha spiegato Ottolenghi a Il Velino. Una posizione «pragmatica», che persiste nonostante la consapevolezza, in America come in Italia, che alla luce di quanto è successo dopo la contestata rielezione di Ahmadinejad «un negoziato con gli ayatollah sul nucleare è oggi più difficile di ieri», come dicevamo su questo blog qualche giorno fa.

Quindi, dal G8 dell'Aquila uscirà solo una dichiarazione sul modello di quella già adottata dai ministri degli Esteri a Trieste. Con Francia, Gran Bretagna, Germania, Canada e Giappone duri con Teheran, Mosca sul fronte opposto e in mezzo Italia e Stati Uniti, più concilianti, a mediare. «Ma non si adotteranno, credo, meccanismi punitivi o operativi contro l’Iran». Anch'io come Ottolenghi credo che «la politica dell'engagement oggi non ha più ragione d'essere». Per i seguenti motivi: «In Iran è in corso uno scontro di potere: inutile quindi aspettarsi un aggiustamento diplomatico sul nucleare finché lo scontro non sarà concluso; «se vince il fronte di Ahmadinejad – come è probabile succeda sempre che il governo non perda l'appoggio delle Forze armate e delle milizie "rivoluzionarie" – sarà molto difficile che l'esecutivo scelga poi una linea compromissoria. Al contrario un governo debole che si regge sulla repressione violenta del proprio popolo vedrà complotti stranieri ovunque».

Re: Honduras, esercito e democrazia

Tanto siamo d'accordo sul fatto che parlare di "golpe democratico" è un ossimoro, che nel post di ieri ho premesso «per quanto può esserlo un golpe militare», ho messo tra virgolette l'attributo "democratico", osservato che ovviamente «la via più appropriata era quella legale dell'impeachment» e che dalla mossa dei militari l'unico che ha tratto vantaggio alla fine è stato proprio Chavez. Intendevo far notare però che con troppa facilità i governi europei e quello americano si sono espressi, e con quale nettezza, per nulla turbati dal trovarsi al fianco di Castro e Chavez. Il caso iraniano ha dimostrato che sono capaci di ben altre sottigliezze.

E' anche perfettamente chiaro che il modello honduregno non è il modello Westminster, e in alcuni (sia pure pochi) paesi in cui le istituzioni democratiche sono ancora fragili, storicamente l'esercito ha avuto un ruolo importante nella difesa della democrazia. Solo recentemente la Turchia sta diventando un paese più europeo per quanto riguarda il rapporto tra autorità civili e militari, ma l'esercito è stato per decenni un baluardo a difesa delle istituzioni secolari dello stato, ha impedito l'islamizzazione del paese non con la dittatura, come in Egitto, ma favorendo la democratizzazione. Ha difeso con la forza quel fragile processo democratico dai suoi nemici interni. Un intervento dell'esercito che in democrazie avanzate come le nostre non potrebbe mai essere autorizzato o tollerato, in democrazie più fragili sono le stesse costituzioni che lo prevedono per tutelare il sistema da attori - partiti islamici o caudillo - che operano al suo interno ma per scardinarlo.

Se poi, nel caso di Zelaya, si prendessero sul serio le voci secondo cui sarebbe stato lui stesso a preferire l'esilio all'impeachment e all'arresto, ciò non farebbe altro che dimostrare ulteriormente l'ingenuità e la goffaggine dei militari. I governi occidentali avrebbero dovuto sì condannare il golpe, ma anche pretendere da Zelaya l'abbandono di tutte le ambizioni plebiscitarie. Sono d'accordo che per promuovere la democrazia «la prima cosa da fare sia escludere dall'orizzonte tutto ciò che non lo è», e non vuole esserlo, ma non che dovremmo escludere dal nostro orizzonte anche ciò che le somiglia e che vorrebbe esserlo, come l'Honduras o l'Iraq.

Il nuovo che sa già di vecchio

Già alcune settimane fa vedevo la Serracchiani «in via di assorbimento». Dopo l'intervista a la Repubblica in cui ha annunciato di schierarsi con Franceschini, definito addirittura «simpatico», mi pare che la neo europarlamentare abbia perso ogni aspetto di novità. Probabilmente senza neanche rendersene conto è già rientrata nei vecchi schemi e nelle vecchie logiche, che le fanno dire che «un terzo candidato servirebbe oggi soltanto a frammentare».

Non si capisce come una come lei, o per come si è fin qui descritta, possa trovare Bersani un «uomo d'apparato, linguaggio compreso», e Franceschini no. Dei grandi temi chiamata a indicare dall'intervistatore ne cita quattro e due sono - udite udite la novità - «la questione morale, il conflitto d'interessi». Ora si è capito come vuole che il Pd batta la concorrenza di Di Pietro: non chiudendo ogni rapporto e cambiando strada, ma superandolo sul suo terreno, cosa che se non altro per i toni "riscaldati" dell'ex pm, il Pd non riuscirebbe mai a fare.

Almeno la Serracchiani le differenze tra Bersani e Franceschini le ha trovate, il problema è che non se ne vedono più tra lei e Franceschini.

Wednesday, July 01, 2009

Obama consegna a Chavez le chiavi dell'America Latina

La condanna della comunità internazionale è stata forte e unanime, ma è consentito far notare sommessamente che per quanto può esserlo un golpe militare, quello dello scorso weekend in Honduras è stato un golpe "democratico"? L'esercito non ha rimosso il presidente Manuel Zelaya di sua iniziativa, ma eseguendo un ordine della Corte Suprema. Il Congresso si è riunito in sessione straordinaria e ha nominato il presidente dell'assemblea (appartenente allo stesso partito di Zelaya), come prevede la costituzione honduregna, a capo dell'esecutivo, confermando le nuove elezioni presidenziali già previste per novembre. Il Parlamento e le altre istituzioni quindi non sono state liquidate, ma sono nel pieno dei loro poteri. Purtroppo è da un po' che il mondo va alla rovescia, perché il vero golpe l'hanno tentato il presidente Zelaya e Chavez, mentre in questo caso l'esercito è intervenuto a difesa dello stato di diritto e della costituzione.

Si tratta di «dettagli» di non poco conto, soprattutto mentre il mondo e il presidente Obama, osserva il Wall Street Journal, denunciano il piccolo Honduras in termini che non hanno mai usato, per esempio, nei confronti dell'Iran. Possibile che ritrovarsi sulle stesse posizioni di Castro e Chavez non susciti alcun sospetto, e neanche il minimo disagio, nell'amministrazione Usa? Obama con eccesso di zelo tenta in ogni occasione di dimostrare al mondo e ai suoi vicini di aver impresso una svolta radicale alla politica estera americana, e che è finita l'epoca dell'ingerenza Usa negli affari interni dei paesi latinoamericani, ma stavolta ha combinato forse il suo pasticcio peggiore. Peccato infatti che la non-ingerenza degli Stati Uniti non rende automaticamente il mondo più buono, e di certo non più padroni del loro destino i piccoli paesi come l'Honduras. L'influenza degli Stati Uniti sui paesi del Centro e del Sud America viene anzi sostituita da influenze non meno invasive, e certamente non più benevole, come quelle del Venezuela di Chavez, ma anche dell'Iran di Ahmadinejad e della Cina.

Il presidente Zelaya voleva indire un referendum per forzare il Congresso a modificare la Costituzione in modo da potersi candidare per un secondo mandato consecutivo di quattro anni. Simili «intimidazioni populiste» hanno funzionato ovunque nel continente. E' attraverso questi plebisciti che in America Latina i presidenti diventano dittatori, come insegna il caso venezuelano. Zelaya non faceva altro che emulare la "carriera" del suo maggiore sponsor, Hugo Chavez. Per questo è scattata la legittima difesa dei contrappesi costituzionali honduregni: la Corte suprema ha dichiarato illegale il voto (solo il Congresso ha il potere di indire quel tipo di referendum), avvertendo il presidente che sarebbe stato perseguito se avesse insistito.

Per tutta risposta, Zelaya si è messo alla testa di una folla di suoi sostenitori per impossessarsi delle schede elettorali, fatte arrivare - guarda il caso - dal Venezuela, e distribuirle. Certo, la via più appropriata era quella legale dell'impeachment, ma il golpe in Honduras va compreso nel contesto dello chavismo. Chavez, democraticamente eletto nel 1998 in Venezuela, ha usato da allora tutti i mezzi a sua disposizione, legali ed illegali, per rimanere al potere, soffocando le opposizioni e sovvertendo di fatto l'ordine democratico. Ed è Chavez che con i suoi agenti e i suoi soldi sostiene Zelaya per portare l'Honduras nel proprio asse di alleanze. Mentre Obama è bloccato dal "complesso" dell'ingerenza Usa, Chavez ha reso suoi vassalli uno dopo l'altro la Bolivia, l'Ecuador, il Nicaragua, e ora ci prova con l'Honduras.

Quanto all'amministrazione Obama - conclude il WSJ - «sembra ansiosa di intromettersi in Honduras in un modo che aveva definito controproducente nel caso dell'Iran», nonostante la rielezione di Ahmadinejad fosse molto più anti-democratica del golpe in Honduras.

Chavez è il vero «vincitore» in Hounduras, ha scritto oggi sul New York Times Álvaro Vargas Llosa, non certo un "falco" della CIA. Cercando di forzare la costituzione per aprirsi la strada verso la rielezione, il presidente Zelaya ha teso una trappola in cui i militari sono caduti. Sebbene infatti il golpe sia "popolare" in Honduras, i militari hanno regalato a Chavez una vittoria morale e politica, e nel tentativo di impedirgli di portare l'Honduras dalla sua parte, di fatto hanno rafforzato la sua influenza nella regione e l'Alternativa bolivariana.

Tuesday, June 30, 2009

La repressione funziona, ma l'Iran non sarà mai più come prima

Solo chi si aspettava come esito della crisi post-elettorale in Iran una "rivoluzione di velluto" (impossibile in regimi le cui forze armate e di sicurezza sono disposte a sparare e a massacrare il proprio popolo), o comunque da un giorno all'altro il rovesciamento del regime, può sorprendersi della cruda e amara realtà che sta emergendo in queste ore e che ben conosce chi non per la prima volta si interessa di regime change e di promozione della democrazia: le repressioni funzionano.

E la repressione attuata dal regime iraniano nei giorni scorsi è andata ben oltre il sangue versato in grandi quantità sulle strade, che nonostante le censure è arrivato sotto i nostri sguardi. Ci sono gli arresti, le detenzioni segrete, le violenze fino dentro le case private, l'intimidazione dei già timidi oppositori "leali" alla rivoluzione islamica. Insomma, in una parola, un terrore generalizzato che non lascia via di scampo. Decisiva è stata la capacità delle forze di polizia, dei pasdaran e dei bassiji, di impedire ai manifestanti di occupare in massa una piazza, ergendola a simbolo della protesta, come fecero gli studenti cinesi a Tienanmen o gli ucraini della rivoluzione "arancione".

Il sequestro dei nove dipendenti iraniani dell'ambasciata britannica e l'appello a «giustiziare i rivoltosi» lanciato dall'ayatollah Khatami (da non confondere con il Khatami "riformista", che ha confermato il suo appoggio a Mousavi) preludono a un secondo atto della repressione. Domata la piazza "riformista", la lotta potrebbe spostarsi dietro le quinte, oppure potrebbe essere la volta dell'epurazione interna all'establishment per blindare il nuovo assetto di potere voluto da Khamenei, che si poggia più sulla casta dei militari, sulla coercizione e sul nazionalismo, che sulla casta clericale e sulla religione.

Una purga che potrebbe non lasciare alcuno scampo ai Mousavi e ai Rafsanjani, i quali in queste ore dovranno decidere una volta per tutte la loro posizione. Rafsanjani sembra aver perso (almeno per ora) la partita per portare dalla sua parte - e contro Khamenei - la maggioranza del clero che conta nella città santa di Qom e nella sua prima uscita pubblica dall'inizio della crisi sembra aver afferrato la mano tesa di Khamenei. Venerdì scorso, rispetto al suo discorso del venerdì precedente, Khamenei ha ammorbidito i toni, «invitando entrambe le parti a non fomentare gli animi dei giovani e a trattanersi dal mettere gli iraniani gli uni contro gli altri. Questa nazione unita non deve essere divisa e i gruppi non devono essere spinti a muoversi l'uno contro l'altro. Ci sono vie legali per risolvere i problemi». Ieri Rafsanjani ha finalmente rotto il suo silenzio e le sue parole sono sembrate fin troppo in sintonia con quelle di Khamenei. Elogiando la decisione della Guida Suprema di prolungare i termini dell'indagine del Consiglio dei Guardiani sulle irregolarità del voto, ha auspicato che le contestazioni siano esaminate con accuratezza, onestà e correttezza, invitando però i candidati sconfitti a «rimuovere gli ostacoli per superare le divergenze», avvertendoli che «un atteggiamento sbagliato potrebbe portare a ulteriore odio e divisione tra i cittadini».

Un invito che Mousavi e Karroubi sembrano non intenzionati a raccogliere, ma che lascia intendere che la fronda interna tentata da Rafsanjani è fallita (per ora). Bisognerà vedere ora se Rafsanjani raggiungerà un compromesso stabile e soddisfacente con Khamenei, o se la sua è solo una ritirata tattica per giocare al meglio le sue carte in un altro momento, in una seconda occasione che però potrebbe anche non arrivare mai.

L'impressione è che comunque, nonostante il successo della repressione, nulla sarà più come prima. Sia perché il regime ha cambiato natura; sia perché potrebbe comunque essersi messo in moto un processo a suo modo rivoluzionario. La frattura interna è difficilmente ricomponibile e il potere accentrato nelle mani di un gruppo ancora più ristretto di ayatollah e militari, non lasciando agli altri che le briciole o la strada della cospirazione.

Secondo Reza Aslan, «la trasparente brutalità della repressione ha polarizzato la politica iraniana a tutti i livelli, obbligando le elite politiche e religiose a prendere posizione», e «la sorte dell'Iran dipende da che parte si schiera l'establishment clericale». Se si convinceranno che l'ascesa delle Guardie rivoluzionarie rappresenta una minaccia al loro ruolo di custodi e amministratori della Repubblica islamica, «allora si schiereranno dalla parte dei "riformisti" al fianco di Rafsanjani e Mousavi», se non altro per contare di più. In questo caso, l'Iran potrebbe intraprendere una strada simile a quella della Cina, di riforme interne e apertura alla comunità internazionale. Se invece il clero si schiera con Khamenei, «che ogni giorno che passa sembra sempre di più un vecchio idiota delle Guardie rivoluzionarie», allora diventerà probabilmente una dittatura militare «simile alla Corea del Nord o al Myanmar».

Anche per Amir Taheri l'elite dominante è divisa e «la frattura riguarda tutti i settori che costituiscono l'establishment khomeinista»: il clero sciita politicamente attivo, con Montazeri e altri mullah dalla parte dell'opposizione, e Yazdi e Ahmad Khatami con Khamenei, ma anche le forze armate e i tecnocrati. Sarà «interessante» vedere cosa accadrà quando si riuniranno gli «organi chiave del regime», come l'Alto Consiglio per la Difesa nazionale, «di cui sia Ahmadinejad che Mousavi sono membri d'ufficio, insieme agli ex presidenti Rafsanjani e Khatami. Metà potrebbe schierarsi con Mousavi e l'altra con Ahmadinejad». Poi c'è il Consiglio per il Discernimento dell'Interesse supremo del regime, «del quale Rafsanjani è a capo, con Rezai, uno dei tre candidati alla presidenza sconfitti, segretario generale. Ma almeno metà dei suoi membri ha espresso sostegno ad Ahmadinejad». «Simile» la situazione nel Consiglio degli Esperti. «Rafsanjani presiede l'assemblea, ma (almeno per ora) non ha la maggioranza dei due terzi necessaria per rimuovere Khamenei». La divisione in Parlamento è «ancor più evidente». Secondo alcune stime, un terzo tenderebbe verso Mousavi, un altro terzo verso Ahmadinejad, e il rimanente terzo sarebbe incline a orientarsi verso il vincitore.

«La frattura - conclude Amir Taheri - potrebbe portare a una sanguinosa resa dei conti, al termine della quale il vincitore lancerebbe una massiccia purga». Secondo Taheri, infatti, «nel sistema khomeinista non c'è spazio per il compromesso, sia all'interno che in politica estera». Che la Repubblica islamica non sarà mai più la stessa è convinzione anche di analisti molto cauti e "realisti". Come Fareed Zakaria, secondo cui «per ora il regime sarà probabilmente in grado di usare armi e denaro per consolidare il suo potere», ma la sua «legittimità», osserva, è «compromessa», una «ferita fatale nel lungo termine».

Pepe Escobar, su Asia Times, scrive che «il muro di Teheran non è caduto» e che «il mondo, e in particolare l'Occidente, dovranno ancora convivere e avere a che fare con Khamenei, Ahmadinejad e l'ala dura delle Guardie rivoluzionarie per gli anni futuri». Questi vogliono liquidare la vecchia generazione dei leader della rivoluzione, come l'ex presidente Rafsanjani. «In tutto questo - osserva Escobar - ci sono degli echi dell'ex Unione sovietica, ma ciò che è accaduto nelle strade somiglia più a una Praga 1968» che al 1989. Eppure, anche per l'analista di Asia Times la Repubblica islamica non sarà mai più la stessa. Schierandosi con Ahmadinejad, Khamenei si è trasformato da arbitro a capo-fazione. «Il contratto sociale tra milioni di iraniani e la rivoluzione si è rotto. Nel lungo termine, ci sarà del sangue, certo, e resistenza. Quella iraniana è una società molto complessa. Non può esserci alcuna marcia indietro. Ma sarà una strada lunga e tortuosa».

Nonostante abbia indurito i toni della sua condanna nei confronti della repressione e abbia schierato l'America dalla parte dei manifestanti, il presidente Obama è rimasto inamovibile nella sua politica di engagement con il regime iraniano, chiunque ne sia nominalmente la Guida. Eppure, alla luce di quanto accaduto e dei pochi punti fermi che abbiamo individuato, quella politica appare oggi superata e poco "realistica". Il colpo di mano autorizzato da Khamenei ha minato alle fondamenta l'autorità della Guida Suprema, che da arbitro e supremo garante di un sistema teocratico è diventato il capo-fazione di una dittatura militare; le leve del comando reale si stanno sempre più spostando dalla casta clericale (con o senza il consenso di tutto il clero sciita non ha importanza) alla casta militare. Ciò significa che il fattore religioso è destinato ad assumere un ruolo di mera legittimazione simbolica, e che il regime si regge sui pilastri del militarismo e del nazionalismo; e che, quindi, l'antiamericanismo e il ricorso alla paranoia del nemico esterno saranno d'ora in avanti ancor più indispensabili come collante ideologico per giustificare la repressione della piazza e l'epurazione tra le file dell'establishment.

Ancor più di prima, dotarsi dell'atomica e non giungere ad alcun compromesso con il "Grande Satana" saranno elementi irrinunciabili per conservare il potere. Per questo le già esigue possibilità di successo della strategia del dialogo sul nucleare perseguita da Obama appaiono oggi prossime allo zero. Non potendo sperare né in un completo isolamento internazionale, né in un embargo efficace sulle esportazioni delle risorse energetiche - essendo note le posizioni di Russia e Cina in merito - gli unici punti deboli del regime sono la sua impopolarità e la frattura che si è creata al suo interno. L'unica speranza, oltre a tentare la rischiosa "opzione Osirak", e a prepararsi a una costosa e fragile deterrenza, è il regime change.

Scomode verità che la sinistra ignora o finge di ignorare

A volte un'analisi è perfetta. Lo è certamente quella di Panebianco, oggi sul Corriere della Sera, ma agli occhi di chi cura questo blog e dei suoi pochi lettori risulta persino ovvia, dopo così tanti anni passati a parlarne. Peccato che a sinistra c'è chi queste scomode verità le snobba sdegnosamente, chi annuisce con rassegnazione, e chi le coltiva nel suo piccolo senza trarne le dovute conseguenze.

Friday, June 26, 2009

L'idea del contagio democratico riprende quota

Se il "regime change" in Iraq non era poi un'idea così scema

Il movimento democratico iraniano potrebbe trasformare l'intera regione. Alla luce di quanto sta accadendo in questi giorni a Teheran, la questione del nucleare iraniano potrebbe rientrare a far parte del più ampio tema della democrazia in Iran e in Medio Oriente. La lotta per la democrazia in Iran ha oggi (o dovrebbe avere) la stessa centralità per la politica estera americana che aveva negli anni '80 la lotta per la democrazia in Europa orientale. Ne è convinto Robert D. Kaplan, realista "muscolare" del Center for a New American Security e corrispondente del The Atlantic. Kaplan non è un neocon, né un sognatore democratico. Eppure, sul Washington Post, ha spinto la sua analisi ben oltre l'Iran: «Le manifestazioni a Teheran e in altre città hanno la capacità di preludere a una nuova era politica in Medio Oriente e in Asia centrale».

Kaplan ricorda la storica capacità dell'Iran (che fu della Persia) di influenzare tutta la regione, dal Mediterraneo all'India. Una capacità di proiettare la propria influenza che risale indietro nei secoli, a molto prima della rivoluzione khomeinista. Inoltre, per molti aspetti la società iraniana è più evoluta di quelle dei suoi vicini arabi e le istituzioni sono più solide.
«Il movimento democratico in Iran è sorprendentemente occidentale nella sua organizzazione e nel sofisticato uso della tecnologia. In termini di sviluppo, l'Iran è più vicino alla Turchia che non alla Siria o all'Iraq. Mentre questi ultimi vivono nella possibilità dell'implosione, l'Iran ha una coerenza interna che gli permette di esercitare forti pressioni sui suoi vicini. Nel futuro, un Iran democratico potrebbe esercitare su Baghdad un'influenza tanto positiva quanto è stata negativa quella delle squadracce assassine dell'Iran teocratico».
Dunque, osserva Kaplan, «l'Iran è così centrale per le sorti del Medio Oriente che anche un cambiamento parziale nel comportamento del regime - e un maggior grado di sfumature nel suo approccio nei confronti dell'Iraq, del Libano, di Israele e degli Stati Uniti - potrebbe influire in modo determinante sulla regione. Proprio come un leader radicale iraniano può fomentare le Arab streets, un riformatore può stimolare l'emergente, ma stranamente opaca, borghesia araba». Per questo Kaplan non è d'accordo con Obama quando dice che tra Mousavi e Ahmadinejad in fondo non c'è tutta questa gran differenza. Questa «rappresentazione» di Mousavi come di «un radicale, sebbene all'apparenza più gentile e affabile di Ahmadinejad, non coglie il punto». Come nella ex Unione sovietica, spiega Kaplan, anche in Iran «il cambiamento può arrivare solo dall'interno» e solo per opera di «un insider, sia un Mousavi o un Gorbacev».

Kaplan non solo conclude che «la lotta iraniana per la democrazia è oggi così centrale per la nostra politica estera come lo fu la lotta per la democrazia in Europa orientale negli anni '80», ma ritiene addirittura che ciò che sta avvenendo in Iran è il frutto intenzionale del regime change in Iraq, suggerendo quindi che non era del tutto campata in aria l'idea dei neocon, fatta propria dalla prima presidenza Bush, secondo cui la caduta del regime baathista in Iraq avrebbe provocato un effetto domino sui regimi dittatoriali confinanti.

Tutti coloro che hanno sostenuto la guerra in Iraq sapevano bene che la caduta del sunnita Saddam «avrebbe rafforzato la componente sciita nella regione», ma il punto è che «ciò non era visto necessariamente come un effetto negativo». I terroristi dell'11 settembre, spiega Kaplan, erano originari di dittature sunnite come l'Egitto e l'Arabia Saudita, «la cui arroganza e avversione per le riforme doveva essere placata riaggiustando l'equilibrio di potere regionale in favore dell'Iran sciita». In tutto ciò, «si sperava che l'Iran avrebbe vissuto la propria rivoluzione, se l'Iraq fosse cambiato. Se l'occupazione dell'Iraq fosse stata gestita in modo più competente, questo scenario avrebbe potuto svilupparsi più rapidamente e in modo più trasparente. Nonostante ciò, si sta verificando. E non solo l'Iran è alle prese con una sollevazione democratica, ma anche Egitto e Arabia Saudita si stanno silenziosamente riformando».

«Il Medio Oriente - conclude Kaplan - è entrato in un periodo di profonda fluidità, destinata ad essere accentuata dalle elezioni in Iraq alla fine di quest'anno e dall'insediamento di un governo filo-occidentale in Libano». Per la sua posizione centrale nella regione, sia dal punto di vista geografico che demografico - per non parlare della forza attrattiva della cultura persiana che giunge fino all'Asia centrale - «l'Iran, ironicamente, ha più possibilità di dominare la regione sotto un dinamico regime democratico di quante ne abbia mai avute sotto la sua elite oscurantista. E potrebbe essere un'ottima notizia per gli Stati Uniti».

L'idea del possibile, anche se lento e non lineare, contagio democratico in Medio Oriente riprende quota. «Se lo sviluppo della democrazia in Medio Oriente non è lineare - scrive Michael Gerson sul Washington Post - non è neanche casuale. Si muove a piccoli passi, ma va avanti. Preso nel suo insieme - una democrazia costituzionale irachena, un potente movimento di riforma in Iran, piccole conquiste democratiche dagli sceiccati del Golfo al Libano - questo è il più grande periodo di progresso democratico nella storia della regione». Sembra evidente che il Grande Medio Oriente «non è immune al contagio democratico e ci sono motivi di credere che l'agenda democratica rimarrà centrale per la politica estera americana, a prescindere dagli umori del momento».

L'avanzamento della libertà in Medio Oriente è «la speranza migliore per l'America», innanzitutto da un punto di vista realista e non solo idealista. «I regimi che opprimono il loro popolo sono con maggiore probabilità quelli che minacciano i loro vicini, che sostengono i gruppi terroristici, che alimentano antiamericanismo e antisemitismo, e che cercano di dotarsi di armi di distruzione di massa». La promozione della democrazia d'altra parte ha sempre contraddistinto la politica estera dei presidenti americani. «Il loro idealismo democratico non gli ha impedito di trattare con il "demonio", ma solo di credere che il futuro appartenga ai "demoni"». La promozione della democrazia è «difficile e reversibile», ma «non è nuova, né un optional».

Mousavi come Lech Walesa o come Boris Yeltsin?

Quello che si è cercato di dire in questi giorni è che certo Khamenei e Ahmadinejad hanno il potere di reprimere spietatamente la piazza e forse anche di respingere le offensive dietro le quinte di Rafsanjani, ma che comunque la Repubblica islamica non sarà mai più la stessa. O perché avranno successo le manovre degli oppositori (tuttora improbabile), o perché il regime avrà perso la sua principale fonte di legittimazione, quella clericale, diventando una volgare dittatura militare che si regge solo sulla forza. E ciò a lungo andare non mancherebbe di produrre delle conseguenze.

La frattura tra «la vecchia guardia khomeinista e la generazione post-rivoluzionaria», che Molinari descrive bene oggi su La Stampa, appare insanabile anche perché nel medio e lungo periodo c'è «in palio ciò che più conta: la successione a Khamenei». La rielezione di Ahmadinejad sarebbe solo una fase intermedia dell'evoluzione del sistema khomeinista, che iniziata dalla sua prima vittoria nel 2005 verrebbe portata a compimento dalla Guida Suprema indicando come suo successore il figlio prediletto Mojtaba.
«La vecchia guarda khomenista nel 2005 perse lo scontro presidenziale con la fazione dei Khamenei quando Rafsanjani venne sconfitto a sorpresa dal quasi sconosciuto Ahmadinejad. Anche allora si parlò di brogli, con le voci su 8 milioni di schede a favore di Ahmadinejad fatte arrivare dall'estero proprio dai seguaci di Mojtaba, ma a prevalere fu poi una tregua che si è rotta quando il 12 giugno il khomeinista Mousavi si è visto strappare il risultato ancora una volta da Ahmadinejad».
La nomina di Mojtaba Khamenei a Guida Suprema, ottenuta scavalcando il Consiglio degli Esperti o imponendola - quindi al prezzo di minare la valenza e la credibilità religiosa dell'autorità posta al vertice della Repubblica - segnerebbe la definitiva «trasformazione dell'Iran in un sistema nepotista sul modello della Nord Corea - dove Kim Il Sung designò Kim Jong Il che ora indica il figlio 26enne Kim Jong Un». Un esito che naturalmente «non piace ai custodi del khomeinismo che, costituzione iraniana alla mano, ritengono che a designare il nuovo Leader Supremo debbano essere gli 86 esponenti del clero che siedono nel Consiglio degli Esperti».

Insomma, la Repubblica non sarà più la stessa anche, e soprattutto, se Khamenei dovesse trionfare e schiacciare l'opposizione interna al regime. Si trasformerebbe infatti in un sistema monocratico e nepotista, sul modello della Corea del Nord, sostenuto dalle forze di sicurezza e dalla generazione dei pasdaran, ancora più fanatica e millenarista degli ayatollah, mentre il clero di Qom verrebbe esautorato e relegato di fatto ad un ruolo essenzialmente cerimoniale, di legittimazione simbolico-religiosa, a conferma di ciò che dicevamo fin dalle prime ore della crisi: in gioco c'è la natura stessa della dittatura, se cioè debba essere una dittatura clericale o militare.

Semplificando al massimo si potrebbe affermare che in questa situazione i veri "rivoluzionari" sono Khamenei e Ahmadinejad, mentre i loro oppositori, da Mousavi a Rafsanjani, sono i "conservatori", che vogliono salvare il sistema khomeinista riformandolo. Un ruolo che li avvicina, come ha suggerito più di un analista (da Luttwak a R. D. Kaplan, fino a Gerecht), a quello svolto negli anni '80, suo malgrado, da Gorbacev, le cui riforme «molto caute, pensate per perpetuare il regime comunista, finirono per distruggerlo in meno di cinque anni». Che vincano i "rivoluzionari" o i "conservatori", dunque, la Repubblica islamica non sarà mai più la stessa e nonostante nelle intenzioni di entrambe le fazioni non ci sia un futuro democratico, non è detto che proprio la democrazia non sarà l'esito finale dei loro sforzi.

Mentre nelle strade va in scena la repressione, i tre principali leader del movimento di protesta (Mousavi, Karrubi e Rafsanjani) sono impegnati dietro le quinte in un dibattito su quale strategia perseguire per opporsi al disegno di Khamenei. Amir Taheri, sul New York Post, spiega che Mousavi «ha adottato un approccio minimalista», che somiglia alla strategia del leader sindacale polacco Lech Walesa negli anni '80 e che consiste nell'avanzare «una singola richiesta, all'interno dell'ordinamento, che se accolta potrebbe cambiare le regole del gioco».

Mousavi chiede nuove elezioni e questa chiara, semplice richiesta ha il pregio di non essere di per sé sovversiva e di raccogliere il più vasto consenso possibile lungo l'intero spettro politico. E' «importante», però, perché questa strategia abbia qualche chance di successo, «che le principali potenze straniere rifiutino di legittimare un secondo mandato di Ahmadinejad. La prospettiva di un maggiore isolamento internazionale potrebbe persuadere più personaggi dell'establishment ad unirsi alla richiesta di nuove elezioni». E qui già la comunità internazionale si dividerebbe, visto che Russia e Cina non avrebbero problemi a riconoscere la rielezione di Ahmadinejad.

Secondo Karrubi invece l'opposizione dovrebbe avanzare «un'agenda più ampia». Karrubi, spiega Taheri, «ha rotto forse il più grosso tabù politico del sistema khomeinista mettendo in discussione la nomina di Khamenei a Guida Suprema». Non vuole solo nuove elezioni, ma anche la «revisione» delle procedure di nomina di Khamenei, una «maggiore autonomia per le minoranze etniche», limitare l'intervento delle forze armate in politica, e altre modifiche costituzionali «per enfatizzare l'aspetto repubblicano del regime rispetto a quello religioso».

Rafsanjani, riferisce Amir Taheri, è «pazzo di rabbia contro Ahmadinejad e sta lavorando duramente per impedire al presidente rieletto di completare il suo secondo mandato di quattro anni». Rafsanjani e Mousavi sono stati «acerrimi nemici politici» negli anni '80. «Nel 1989, Rafsanjani, alleandosi con Khamenei, elaborò modifiche costituzionali che abolirono la carica di primo ministro, spedendo Mousavi in esilio politico per vent'anni. Ora si dice che siano amici per la pelle, determinati a ritornare al potere. Tuttavia, Rafsanjani crede che la strategia minimalista di Mousavi condurrà ad un impasse: il regime può ondeggiare da una parte all'altra, come ha fatto per dieci giorni, finché non riprende il controllo».

La strategia di Rafsanjani invece, spiega Taheri, «mira a formare un'autorità ad interim appoggiata dai grandi ayatollah di Qom. Una volta posta in essere, il Consiglio degli Esperti, che ha il potere di rimuovere la Guida Suprema, potrebbe essere usato come una minaccia per Khamenei, costringendolo a cooperare con il rischio di perdere il posto». Sarebbero 50 finora le figure religiose di spicco (tra Marja Taqlid e Ayatollah) della città santa di Qom ad aver assunto una posizione di forte critica nei confronti di Khamenei, e ad essersi schierati, quindi, con Rafsanjani, almeno secondo quanto riporta il giornale kuwaitiano al-Watan. «Rafsanjani - spiega una fonte iraniana al giornale arabo - è impegnato da diversi giorni in una visita a Qom e ha lavorato in tutto questo tempo per convincere i religiosi locali a dare vita a un nuovo organismo che sostituisca l'istituzione della Guida Suprema. La riforma chiesta da Rafsanjani trasformerebbe il cosiddetto Wali Faqih in un osservatore del regime e non più capo supremo».

«In breve - conclude Amir Taheri - Mousavi mira ad un accordo di condivisione del potere nel quale Khamenei e suoi rimarrebbero la parte maggioritaria nell'elite al potere. Karrubi e Rafsanjani ritengono invece che per conquistare il potere Khamenei debba essere marginalizzato o cacciato. Imprevedibile è l'atteggiamento del popolo iraniano. Nessuno sa quali di queste strategie siano in grado di mobilitare le sue energie, sempre che ce ne sia una».

Se Taheri ha paragonato Mousavi al leader sindacale polacco Lech Walesa, secondo Charles Krauthammer «la rivoluzione iraniana è alla ricerca del suo Yeltsin». «Senza leadership, i manifestanti scenderanno in strada per prendersi gas lacrimogeno, bastonate e pallottole. Hanno bisogno di un leader come Boris Yeltsin: una ex figura dell'establishment con nuove credenziali e legittimità rivoluzionarie, che salga su un carro armato e che indichi la direzione chiedendo l'impensabile - l'abolizione del vecchio ordine politico». Krauthammer vede ormai il movimento «sulla difensiva, in ritirata». «Per riprendersi, ha bisogno della massa, perché ogni dittatura teme il momento in cui dà l'ordine ai suoi uomini armati di sparare sulla folla. Se lo fanno (Tienanmen), il regime sopravvive; se non lo fanno (la Romania di Ceausescu), i dittatori muoiono come cani. L'opposizione ha anche bisogno di uno sciopero generale e di grandi cortei nelle città principali - ma stavolta con qualcuno che si alzi in piedi e che indichi la via da percorrere».

Ora c'è da chiedersi se Mousavi possa diventare lo Yeltsin iraniano. «Finché Mousavi rimane in sospeso tra Gorbacev e Yeltsin, tra il riformatore e il rivoluzionario, tra la figura simbolo e il leader, la rivoluzione è in bilico... Ma ora deve scegliere, e velocemente. Questo è il suo momento, e svanirà presto. Se Mousavi non lo coglie, o qualcun altro non lo coglie al suo posto, la rivolta democratica in Iran finirà non come in Russia nel 1991, ma come in Cina nel 1989», conclude Krauthammer.

Heal the world

Vita e morte di un genio bambino che voleva guarire il mondo. E' stato un bel sogno.

Thursday, June 25, 2009

La lettera del silenzio dell'America

Ieri il Washington Times ha rivelato - citando fonti iraniane - che il presidente Obama avrebbe scritto una lettera all'ayatollah Khamenei prima delle elezioni del 12 giugno, auspicando un miglioramento delle relazioni tra Iran e Stati Uniti, e in particolare una «cooperazione nelle questioni regionali e bilaterali» e una soluzione al problema del nucleare. Nessun funzionario dell'amministrazione ha voluto commentare, ma se fosse vero, Khamenei potrebbe aver interpretato la lettera come un segno di debolezza e, soprattutto, come la garanzia che gli Stati Uniti, per migliorare le relazioni, sarebbero stati disposti a non mettere più bocca negli affari interni iraniani e, anzi, a fare o a tacere di tutto, per dimostrare di riconoscere la legittimità del regime. Ciò potrebbe aver contribuito a convincere Khamenei che Washington sarebbe rimasta in silenzio, non avrebbe reagito in alcun modo dinanzi al colpo di mano pianificato per garantire la rielezione al primo turno di Ahmadinejad. E infatti, così è stato, finché il coraggio dei manifestanti e la fermezza di Mousavi hanno costretto Obama a reagire nell'unico modo coerente con i valori americani.

Il massacro di Piazza Baharestan e il ritorno di Mousavi

Ieri il massacro (le testimonianze, raccapriccianti, su PajamasTV, la Repubblica e il Giornale). Khamenei, come dicevo ieri, sembra aver tolto qualsiasi freno alle milizie, che si sono scatenate. Un brutto segno, perché può significare che si sente sicuro del suo potere, che l'offensiva dietro le quinte di Rafsanjani è stata per ora respinta, e che il regime ha al suo interno l'unità e la compattezza per permettersi di usare la violenza senza limiti. Oppure, che il numero dei manifestanti in strada è sceso a poche centinaia, tale da rendere fattibile una repressione più brutale.

Oggi sappiamo qualcosa di più sulla situazione di Mousavi. Secondo alcuni blog e il sito riformista Nasimfarda, sarebbe agli arresti domiciliari e tutti i suoi collaboratori sarebbero stati arrestati: «Il governo sta cercando di isolarlo completamente dal popolo riformista che sta manifestando». Due giorni fa è stato chiuso il quotidiano da lui diretto e i 25 giornalisti che vi lavoravano sono stati arrestati. Anche 70 professori universitari sono stati arrestati, dopo aver partecipato a un incontro con Mousavi.

Ma è lo stesso Mousavi finalmente a farsi sentire e a denunciare, in una dichiarazione apparsa sul suo sito ufficiale - e riportata dall'AP - che il suo «accesso alla popolazione è stato completamente limitato» dalle autorità e che i suoi due siti internet hanno «molti problemi». Mousavi denuncia inoltre di aver subito «pressioni», per indurlo a ritirare la richiesta di annullamento delle elezioni e spiega che a causa del crescente isolamento, gli attacchi verbali contro di lui sono aumentati, comprese le accuse di essere in combutta con potenze straniere. Ma nella sua dichiarazione Mousavi assicura di non voler mollare: «Non mi fermerò nella mia battaglia per i diritti del popolo iraniano, né per interessi personali, né per la paura delle minacce».

«Non posso cambiare il nero in bianco e il bianco in nero... Non è la soluzione aspettarsi da me che dica qualcosa in cui non credo». E, aggiunge, «insisto sul fatto che protestare contro i risultati delle elezioni presidenziali è un diritto stabilito dalla Costituzione». «Chi è dietro ai brogli elettorali è responsabile del bagno di sangue», accusa Mousavi. Anche Karroubi, l'altro candidato di opposizione, ha dichiarato che non accetta i risultati elettorali e che quindi considera «illegittimo» il nuovo governo, insistendo che «a causa delle irregolarità il voto dovrebbe essere annullato».

Ma intanto, all'interno del regime, la frattura non sembra ancora essersi ricomposta. Secondo alcuni giornali iraniani, sarebbero addirittura 185 su 290 (i due terzi) i parlamentari che hanno deciso di non partecipare alle celebrazioni per la vittoria di Ahmadinejad, mentre l'ayatollah Montazeri si è espresso a favore dei manifestanti: «Se il popolo iraniano non può rivendicare i suoi diritti legittimi in manifestazioni pacifiche e viene represso, la crescita della frustrazione potrebbe arrivare a distruggere le fondamenta di qualsiasi governo, non importa quanto forte», è la dichiarazione inviata via fax all'AFP, in cui si rivolge anche alle autorità: «Tornate a ragionare e non allontanate il popolo dallo Stato e dalla religione islamica. Sicuramente la vostra condotta non giova all'Islam e macchia la nostra religione. Saranno tante le persone che, osservando il vostro operato, sotto il nome dell'Islam, si allontaneranno dalla religione. Riflettete prima che sia troppo tardi».

Un'altra figura religiosa di spicco della città santa di Qom, l'ayatollah Tabrizi, vicino a Rafsanjani, sfida l'autorità del Consiglio dei Guardiani, dicendo che «non è un organo indipendente e neutrale per potersi permettere di verificare l'esistenza di possibili brogli elettorali», e sostenendo la proposta di Mousavi di formare «un comitato saggio e neutrale, capace di verificare la regolarità delle elezioni, garantendo così il diritto di rappresentanza dei cittadini».

Wednesday, June 24, 2009

La Repubblica islamica non sarà mai più la stessa/2

E' bene intendersi sulle aspettative che è realistico nutrire riguardo la crisi in corso in Iran, soprattutto alla luce delle ultime tragiche notizie che ci giungono da Teheran. Se è l'immagine romantica della piazza che in una notte rovescia la dittatura degli ayatollah che aspettiamo, prima di chiamarla rivoluzione democratica, o prima di riconoscere qualche possibilità di un cambiamento effettivo, rimarremo sempre delusi. Il regime ha la forza per reprimere i manifestanti e lo sta facendo. Il movimento popolare deve spingere, accompagnare, ma si deve aprire una breccia dall'interno, nell'elite. Una breccia simile a quella aperta da Gorbacev, che con le sue riforme voleva conservare il regime comunista e di certo non far crollarel'Urss, ma proprio quello è stato l'inevitabile esito della sua glasnost. Solo in questo modo un regime spietato come quello degli ayatollah può cadere, e non dall'oggi al domani.

Bisogna ammettere che in una sola settimana Mousavi (personaggio dal curriculum nient'affatto democratico) ha fatto molto di più di Khatami in quattro anni. Ha sfidato in modo inaudito e impensabile l'autorità della Guida Suprema e del Consiglio dei Guardiani. Ha offerto per dieci giorni uno sbocco politico alla frustrazione e alle istanze di libertà popolari. E questo rimarrà nella memoria degli iraniani. La mia impressione è che sì, magari Mousavi e Rafsanjani usciranno battuti oggi, e saranno costretti ad abbassare il livello dello scontro, ma che la fronda interna continuerà. Bisognerà vedere se il regime avrà la forza di compiere una repressione, e un'epurazione al suo interno, pari a quelle di cui fu capace il Partito comunista cinese dopo Tienanmen, ma ho i miei dubbi.

Dopo Taheri e Gerecht nei giorni scorsi, oggi altri due autorevoli analisti che difficilmente rientrano nella categoria degli illusi, vedono una spaccatura reale e non facilmente ricomponibile nell'elite che ha gestito il potere in Iran fino ad oggi in modo compatto. Anche secondo Edward Luttwak, comunque si concluderà questa crisi, «il regime iraniano non sarà mai più lo stesso».

«A questo punto, solo il futuro di breve termine del regime è in dubbio. Le attuali proteste potrebbero essere represse, ma le istituzioni non elette del regime clericale sono state fatalmente minate». In ogni caso, «non è un regime che può durare per molti anni ancora», secondo Luttwak. Le forze di sicurezza possono controllare e reprimere la piazza, ma «ciò che ha minato la struttura stessa della Repubblica islamica è la frattura nella sua elite dirigente. Le stesse persone che crearono le istituzioni del regime clericale stanno distruggendo la loro autorità». Anche per Luttwak è molto significativo che per la prima volta importanti esponenti del regime abbiano sfidato apertamente l'autorità di Khamenei e del Consiglio dei Guardiani, le due istituzioni su cui si regge tutta l'impalcatura di potere khomeinista e senza le quali l'Iran «sarebbe una normale democrazia».

«E' evidente che dopo anni di umiliante repressione sociale e cattiva gestione dell'economia, i settori più istruiti e produttivi della popolazione hanno voltato le spalle al regime». Ciò che però ancora manca a questo movimento è un leader carismatico. Se il suo «coraggio» nel resistere alle pressioni «ha certamente accresciuto la sua popolarità, tuttavia Mousavi è ancora niente di più che il simbolo involontario di una rivoluzione politica emergente». Nonostante questo, dice Luttwak, «se Mousavi avesse vinto», anche modeste aperture avrebbero «innescato richieste di un maggiore cambiamento, alla fine facendo cadere l'intero sistema del regime clericale». Quindi, per Luttwak, anche se uomo interno all'establishment, Mousavi avrebbe potuto svolgere (e potrebbe in un futuro prossimo svolgere) un ruolo simile a quello svolto, suo malgrado, da Gorbacev, le cui riforme «molto caute, pensate per perpetuare il regime comunista, finirono per distruggerlo in meno di cinque anni». In Iran, osserva Luttwak, «il sistema è molto più giovane e il processo sarebbe stato probabilmente più rapido».

Per il momento, come dimostrano anche gli ultimi sviluppi, Khamenei sembra avere saldamente in mano il potere, ma è anche «nella posizione insostenibile a lungo di dover sostenere un presidente la cui autorità non è accettata da molte delle istituzioni di governo. Quindi, anche se rimane in carica, Ahmadinejad non può funzionare come presidente». Per esempio, Luttwak ipotizza ostruzionismo parlamentare da parte degli oppositori: non è detto, per prima cosa, che il Parlamento ratifichi le sue nomine ministeriali. Insomma, «anche se Khamenei non viene rimosso dal Consiglio degli Esperti e Ahmadinejad non viene rimosso da Khamenei, il governo continuerà ad essere paralizzato», sempre che la frattura all'interno dell'elite persista. «La buona notizia - conclude Luttwak - è che sotto il meccanismo di erosione del regime clericale, le istituzioni essenzialmente democratiche in Iran sono vive e vegete e necessitano solo di nuove elezioni».

Un altro che non fa certo parte dei sognatori democratici è Robert Kaplan, che sul Washington Post addirittura si spinge oltre l'Iran: «Le manifestazioni a Teheran e in altre città hanno la capacità di preludere a una nuova era politica in Medio Oriente e in Asia centrale». Kaplan ricorda la storica capacità dell'Iran (e della Persia) di influenzare tutta la regione, che risale nei secoli a molto prima della rivoluzione khomeinista; inoltre, per molti aspetti la società iraniana è più evoluta di quelle dei suoi vicini arabi:
«Il movimento democratico in Iran è sorprendentemente occidentale nella sua organizzazione e nel sofisticato uso della tecnologia. In termini di sviluppo, l'Iran è più vicino alla Turchia che non alla Siria o all'Iraq. Mentre questi ultimi vivono nella possibilità dell'implosione, l'Iran ha una coerenza interna che gli permette di esercitare una forte pressione sui suoi vicini. Nel futuro, un Iran democratico potrebbe esercitare su Baghdad un'influenza tanto positiva quanto è stata negativa quella delle squadracce assassine dell'Iran teocratico».
Dunque, osserva Kaplan, «l'Iran è così centrale per le sorti del Medio Oriente che anche un cambiamento parziale nel comportamento del regime - e un maggior grado di sfumature nel suo approccio nei confronti dell'Iraq, del Libano, di Israele e degli Stati Uniti - potrebbe avere un effetto drammatico sulla regione. Proprio come un leader radicale iraniano può fomentare le Arab streets, un riformatore può stimolare l'emergente, ma stranamente opaca, borghesia araba». Per questo Kaplan non è d'accordo con Obama quando dice che tra Mousavi e Ahmadinejad in fondo non c'è tutta questa gran differenza. Questa «rappresentazione» di Mousavi come di «un radicale, sebbene all'apparenza più gentile e affabile di Ahmadinejad, non coglie il punto». Anche Kaplan ricorre al paragone con la ex Unione sovietica. Come nell'Urss, anche in Iran infatti «il cambiamento può arrivare solo dall'interno; solo da un insider, sia un Mousavi o un Gorbacev».

Tolti i freni alla repressione

Il via libera ad una repressione brutale, senza più freni, che in queste ore - secondo quanto riferisce la Cnn (i racconti dei testimoni sono terrificanti) - sarebbe in corso a Teheran, è un brutto segno. Significa che Khamenei si sente sicuro del suo potere, che non teme congiure o insidie dall'interno dell'establishment clericale. E quindi, farebbe pensare che l'offensiva di Rafsanjani per ora sia stata respinta. Speriamo si sbagli, ma se la repressione prende la piega di una Tienanmen, può significare che il regime ha al suo interno l'unità e la compattezza per permetterselo. Oppure, che il numero dei manifestanti in strada è sceso a poche centinaia, tale da rendere fattibile l'uso di una violenza spropositata sui pochi malcapitati.

Da parecchie ore, intanto, Mousavi è in silenzio. Potrebbe essere agli arresti o comunque non in grado di comunicare liberamente.

UPDATE ore 18:51
Crescono le voci di arresti domiciliari per Mousavi, Karroubi, e anche Khatami. "Se mi arrestano, scioperate", disse alcuni giorni fa Mousavi temendo di non riuscire più a comunicare con il movimento.

Obama comincia a ritirare la mano?

Dalla conferenza stampa di ieri mi è sembrato che Obama abbia indurito i toni di condanna, abbandonato le imbarazzanti cautele iniziali (anche perché le accuse di ingerenza sono arrivate lo stesso), e cercato di "scaldare" il suo messaggio di vicinanza ai manifestanti, ma che nella sostanza la sua linea non sia cambiata: non intromissione e mano tesa al regime. Il Washington Post, invece, vede già un «cambiamento» nella politica di Obama sull'Iran.

La crisi non finirà molto presto, scrive il WP. Nonostante la repressione, il movimento popolare rimane «vivo», ma soprattutto «la divisione tra hard-liners e moderati ai piani alti del potere rimane aperta e irrisolta». Quindi, «la posta in gioco alta e la probabilità che la crisi prosegua per settimane e mesi richiede un cambiamento fondamentale nell'atteggiamento degli Stati Uniti». Lo credo anch'io, ma a riguardo non sono così ottimista come il WP, che vede Obama non solo «schierarsi senza ambiguità con il popolo iraniano che reclama giustizia», ma anche declinare in modo diverso dal passato la sua offerta di dialogo. «Come declinato più di recente dal presidente, l'engagement non è una iniziativa degli Stati Uniti - osserva il giornale - ma "una strada nella disponibilità dell'Iran", legata a "come trattano il dissenso al loro interno", anche se finora, come ha notato il presidente, "ciò che abbiamo visto non è incoraggiante rispetto al cammino che questo regime può decidere di intraprendere"».

Secondo il WP, dunque, Obama starebbe comprendendo «la realtà di quanto è accaduto nei giorni scorsi». «La rivolta popolare, se continua, potrebbe provocare cambiamenti straordinari in Iran e in Medio Oriente». Ma anche solo «un rafforzamento dei moderati all'interno dell'elite clericale potrebbe servire ad allentare le tensioni regionali - anche se non necessariamente porterebbe all'abbandono del programma nucleare iraniano». Nel caso in cui Khamenei riuscisse invece a «restaurare l'ordine con la forza», il Washington Post vede la stessa prospettiva che indicavo nel mio post di ieri sera: «Le già scarse possibilità del riavvicinamento all'Occidente sarebbero prossime allo zero, qualsiasi siano le tattiche dell'amministrazione». Per questo, a mio modo di vedere, la strategia del dialogo sul nucleare con l'attuale leadership iraniana è ormai stata spazzata via dagli eventi e all'amministrazione non resta che prenderne atto prima possibile.