Friday, June 01, 2012

Non sono metodi mafiosi

Non sono metodi mafiosi. L'Agenzia delle entrate, riporta oggi La Stampa, ha spedito a 300 mila contribuenti una lettera in cui fa sapere di «aver rilevato spese apparentemente non compatibili con i redditi dichiarati», avvertendo che non è dovuta alcuna risposta alla missiva, ma che nel caso il contribuente «non fosse in grado di dimostrare la compatibilità delle spese sostenute con il reddito dichiarato, l'Agenzia delle entrate potrà procedere all'accertamento sintetico del reddito complessivo». Ma no, non è una lettera minatoria, non sono metodi mafiosi. E allega alla lettera un elenco di spese "significative", ma senza indicarne l'ammontare, nemmeno complessivo, «per tutelare la sua riservatezza». Cioè, capite l'assurdità? Per tutelare la mia privacy non comunicano l'ammontare delle mie spese in una lettera a me indirizzata. Fin troppo evidente che il vero scopo è non scoprire le "carte" che hanno in mano, cioè il bluff. Infatti, redditometro e spesometro non sono ancora attivi e le spese allegate sono talmente comuni (rette scolastiche, contributi previdenziali o la stipula di un mutuo), alcune persino dovute per legge, da non essere propriamente in odore di evasione.

E se le lettere sono "mirate", e non si tratta di sparare nel mucchio, perché non scatta direttamente l'accertamento? L'operazione è un'altra: inculcando una «sana paura», proprio a ridosso della presentazione delle dichiarazioni dei redditi, si tenta di convincere i contribuenti a dichiarare qualche euro in più, tanto per non sbagliarsi e non far insospettire il fisco. Ma no, non è estorsione, non sono metodi mafiosi. In questo modo forse si inculca negli evasori e nei contribuenti quella «sana paura» di cui parlava tempo fa Befera, ma non meravigliamoci se poi torna indietro "insano terrore". Ma no, non sono metodi mafiosi.

Passato un giorno dalla denuncia di Buffon sulla «vergogna» della giustizia-spettacolo, dei processi mediatici, del rapporto marcio, perverso tra procure e media, con le fughe di notizie e i blitz con telecamere al seguito, il circuito mediatico-giudiziario passa al contrattacco. Corriere e Repubblica tirano fuori un'"informativa" (con tanto di documenti in copia pdf) della Guardia di Finanza di Torino in cui si segnalano alcune movimentazioni di denaro "sospette" da un conto di Buffon ad una ricevitoria di Parma. Movimenti che fanno presto a diventare «puntate», «scommesse milionarie». Risalgono al 2010 e non hanno avuto seguito sul piano penale (se di scommesse si tratta, sono comunque legali) né sportivo (se di scommesse si tratta, potrebbero essere su altri campionati o altri sport). Ma tanto basta a sputtanare Buffon che aveva osato toccare i fili che legano procure e giornali. Una ritorsione in puro stile non mafioso.

Che Buffon abbia o meno scommesso sul calcio italiano (commettendo quindi un illecito sportivo), a questo punto passa in secondo piano. E' il tempismo che inquieta, il potere del circuito procure-giornali di stritolare con la gogna mediatica qualsiasi cittadino, a prescindere, che osi criticarli dovrebbe preoccupare molto di più del calcioscommesse.
La sensazione è che dall'Italia delle caste siamo passati all'Italia delle cosche.

Il semipresidenzialismo c'è già e Re Giorgio dovrebbe saperlo bene

È neutro e imparziale un presidente arrivato, sia pure spinto da circostanze eccezionali, a scegliersi un premier, o che si schiera apertamente contro una delle ipotesi di riforma dello Stato in campo? Proprio quest'ultimo settennato insegna che non bisogna confondere la correttezza con la neutralità: sempre corretto dal punto di vista formale, e attento garante delle istituzioni, Napolitano ha interpretato in modo tutt'altro che neutro e imparziale il suo ruolo. D'altra parte, quello che non si dice è che i nostri costituenti hanno concepito una figura di capo dello stato tutt'altro che neutra e imparziale. L'hanno anzi dotato di poteri potenzialmente molto incisivi, lasciando ampia discrezionalità interpretativa sul suo ruolo. E invece di consegnare ai cittadini le chiavi del Quirinale, temendo svolte populiste hanno preferito lasciarle in mano ai partiti. Per circa 40 anni tali poteri sono rimasti "in sonno", essendo il sistema politico bloccato. Pertini e Cossiga hanno sdoganato le "esternazioni presidenziali", al di fuori dai messaggi formali previsti dalla Costituzione.

Da quando è stata introdotta la democrazia dell'alternanza, i presidenti che si sono succeduti hanno interpretato il loro ruolo di garanzia come interposizione, se non contrapposizione alla maggioranza a loro non affine politicamente, trovando nella Costituzione i poteri per farlo e dando luogo quindi ad una forma di diarchia. Il risultato è che oggi in Italia il semipresidenzialismo esiste già: nei poteri, ma senza investitura popolare. Un semipresidenzialismo "a corrente alternata". Ne abbiamo avuta ampia dimostrazione negli ultimi 17 anni: il Quirinale ha lavorato come uno studio notarile durante i governi di centrosinistra, mentre ha esercitato i suoi poteri in senso presidenzialista durante i governi di centrodestra, dando vita ad una sorta di "coabitazione".
(...)
Perché, dunque, non completare con gli opportuni poteri ed equilibri questa innovazione presidenzialista, dandogli legittimità costituzionale e investitura popolare, come avviene in Francia?
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Thursday, May 31, 2012

La giornata: Buffon fulminato e i messaggi di Visco-Draghi a Monti

Che si tratti di un avvertimento o di una ritorsione, lo stile è quello "mafioso". Il tempismo è davvero troppo sospetto. E' passato un giorno dalla denuncia di Buffon sulla «vergogna» della giustizia-spettacolo, dei processi mediatici, del rapporto marcio, perverso tra procure e media, con le fughe di notizie e i blitz con telecamere al seguito, ed ecco che il circuito mediatico-giudiziario passa al contrattacco. Corriere e Repubblica tirano fuori un'"informativa" (con tanto di documenti in copia pdf) della Guardia di Finanza di Torino in cui si segnalano alcune movimentazioni di denaro "sospette" da un conto di Buffon ad una ricevitoria di Parma. Movimenti che fanno presto a diventare «puntate», «scommesse milionarie». La vicenda dovrebbe essere vecchia e già chiusa. Il fatto che Buffon non risulti indagato, nonostante l'informativa risalga al 2011 e i fatti al 2010, significa che le procure di Torino e Cremona non l'hanno ritenuta rilevante penalmente, o che il caso è stato chiarito. Ma tanto basta a sputtanare Buffon che aveva osato toccare i fili che legano procure e giornali.

Al di là del merito, che Buffon abbia o meno scommesso (e quindi commesso un illecito sportivo), l'intento gogna mediatica è chiaro. E vergognoso. Com'era? L'anomalia era Berlusconi? Uscito di scena lui tutto sarebbe tornato a posto, ognuno al suo ruolo? Berlusconi passa, ma il cancro procure-media ce lo teniamo. Dovrebbe intervenire il presidente Napolitano, che come presidente del Csm è responsabile di come certi documenti escono dalle procure e arrivino alla stampa così "ad orologeria".

VISCO-DRAGHI - Intanto, mentre lo spread è stabile a livelli da allarme rosso (oggi a 467 punti), Monti mette in guardia sul «rischio contagio» e si appella alla Merkel chiedendole di «riflettere profondamente, ma anche rapidamente su questo» aspetto. L'alto debito è colpa dei governi del «passato» e lo spread resta elevato per «la mancanza di una linea precisa per la crescita».

Ma c'è qualcosa nelle parole di oggi di Draghi e del governatore della Banca d'Italia Visco che chiama direttamente in causa anche le scelte chiave del governo Monti: solo tasse, zero tagli alla spesa e niente dismissioni. Il problema è una politica fiscale sbagliata, ma continuiamo diabolicamente a perseverare.

Visco ha avvertito che un calo del Pil dell'1,5% nel 2012 corrisponde ad uno «scenario non troppo sfavorevole» e che la pressione fiscale è «a livelli ormai non compatibili con una crescita sostenuta». «L'inasprimento non può che essere temporaneo», è ora che «la sfida si sposti» sui tagli alla spesa: «Occorre trovare, oltre a più ampi recuperi di evasione, tagli di spesa che compensino il necessario ridimensionamento del peso fiscale». E smentisce che anche tagliare la spesa avrebbe effetti recessivi: «Se accuratamente identificati e ispirati a criteri di equità, i tagli non comprometteranno la crescita e potranno concorrere a stimolarla se saranno volti a rimuovere inefficienze dell'azione pubblica, semplificare i processi decisionali, contenere gli oneri amministrativi». Dal governatore della Banca d'Italia arriva anche un caldo invito a «utilizzare pienamente i margini disponibili per ridurre il debito con la dismissione di attività in mano pubblica». Insomma, il messaggio a Monti è chiaro: è ora di tagliare spesa e tasse e di abbattere lo stock di debito con le dismissioni.

Draghi avverte che la Bce «non può sostituirsi ai governi nel fronteggiare la crisi, nella quale il debito di alcuni Paesi non è più percepito come sostenibile». La Bce ha fatto già tutto quello che poteva nell'ambito dei suoi compiti e «non può riempire il vuoto e la mancanza di azione da parte dei governi europei, né per quanto riguarda le politiche di bilancio, né per le riforme strutturali, né in altri campi». Anche qui il messaggio è chiaro: devono agire i leader, su bilanci e riforme.

Il governatore della Bce avverte poi che per i mercati «è importante chiarire la visione per l'euro nei prossimi dieci anni», ma anche questo spetta ai leader degli Stati membri, come fecero nel 1988 con il rapporto del Consiglio europeo che poneva l'obiettivo dell'unione monetaria. Un nuovo obiettivo di questo genere, per esempio per l'unione politica, ha lasciato intendere Draghi, farebbe «diradare la nebbia» sull'altra riva del fiume che stiamo attraversando, e che oggi non è ancora visibile. «Prima verrà presentata questa visione e meglio sarà». Sulla stessa linea europeista Visco, che ha chiesto «un percorso che abbia nell'unione politica il traguardo finale». Percorso che ad oggi «non c'è» e ciò «rende alla lunga l'unione monetaria più difficile da sostenere».

LAVORO E PRESIDENZIALISMO - La riforma del lavoro Monti-Fornero (Pd-Cgil) intanto ottiene il via libera del Senato, ma nonostante i miglioramenti resta una riforma sbagliata, come insistono a dire Sacconi e Cazzola. Chiude per molti anni il capitolo articolo 18 mentre rischia di essere controproducente sulla flessibilità in entrata. Sul piano politico, dal Pd si registrano delle aperture alla proposta presidenzialista del Pdl. I favorevoli al modello francese escono allo scoperto: cinque senatori, tra cui Morando e Tonini, chiedono a Bersani di aprire un confronto sul semipresidenzialismo, insomma di andare a vedere le carte di Alfano, Parisi propone di incalzare il Pdl e il senatore e costituzionalista Ceccanti invita a non nascondersi «dietro la tecnica», perché volendo una soluzione sarebbe già «pronta e matura».

Lo Stato obeso dimentica il suo core business

Non è un'esclusiva di questo governo. Ad ogni calamità naturale che si abbatte sul nostro paese, che sia un terremoto, una nevicata o un'alluvione, riparte puntuale la caccia alle risorse per affrontare l'emergenza e finanziare lo sforzo della ricostruzione. E quasi sempre la soluzione si trova nell'aumento del prelievo fiscale sulla benzina o in qualche nuovo bizzaro balzello. Se ogni volta non si può fare a meno di ricorrere a nuove tasse, vuol dire che nell'ambito degli 800 miliardi di euro l'anno di spesa pubblica non rientrano il soccorso e gli aiuti da prestare ai nostri connazionali che ogni anno vengono colpiti da straordinarie calamità naturali. Un'assurdità a cui siamo ormai assuefatti ma che da sola dimostra il fallimento dello stato, almeno di quell'idea statalista che scambia la grandezza dei suoi apparati e l'estensione delle sue competenze per forza e capacità.

Abbiamo letteralmente smarrito la ragion d'essere dello stato. A quale scopo un gruppo di individui decide di associarsi, di diventare una comunità, e di mettere insieme, in una cassa comune, una parte delle risorse che produce, e di darle in gestione ad un governo eletto, se non prioritariamente per ricevere aiuto nei momenti in cui la natura si rivela matrigna? Calamità naturali, sicurezza interna ed esterna, rispetto della legge dovrebbero essere le funzioni cardine, il core business di uno stato, quei generi di prima necessità che deve saper garantire ai suoi cittadini, pena la perdita della sua stessa legittimità. Tutto il resto è superfluo, potrebbero occuparsene i privati. Il risultato della colossale espansione della spesa pubblica nell'ultimo mezzo secolo è uno stato distratto dalle sue funzioni primarie. Il che dovrebbe farci riflettere: forse l'espansione della spesa è dovuta più alla volontà dei nostri governanti di estendere la loro sfera di potere e influenza che al soddisfacimento di bisogni reali.

Quando è chiamato a svolgere una delle sue poche funzioni davvero essenziali, lo Stato obeso si fa trovare impotente, impreparato, misero, nonostante le enormi ricchezze che ogni anno preleva dagli italiani. È questo il vero "stato minimo": massima spesa, minima efficienza, minime capacità, mentre il tanto bistrattato "stato minimo" caro ai libertari risponde al criterio di puro buon senso poche cose ma fatte bene e a costi ragionevoli.
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Wednesday, May 30, 2012

La giornata: spread al massimo, Stato "minimo", Napolitano presidenzialista a sua insaputa e Buffon garantista

Trainato da un'asta piuttosto negativa dei nostri titoli di Stato - con domanda pericolosamente in calo e rendimenti sopra il 6% - lo spread Btp-Bund oggi è tornato a livelli da allarme rosso, toccando i 480 punti e attestandosi sui 460, mentre sono messi ancora peggio quelli spagnoli (530). E se l'idea di sospendere il campionato di calcio per 2-3 anni era solo una battuta, sullo spread Monti non può nemmeno scherzare.

TERREMOTO - Immancabile, sicuro come la morte, anche questa volta è arrivato l'aumento dell'accisa sui carburanti (2 centesimi) per far fronte alle spese del terremoto in Emilia. Non è, purtroppo, un'esclusiva di questo governo, ma che su 800 miliardi di spesa pubblica non ci sia un euro da destinare in aiuti alle zone colpite dal terremoto, e che ci sia bisogno di ricorrere a nuove tasse, dimostra il fallimento dello Stato. Quando chiamato a svolgere una delle sue poche funzioni davvero essenziali, lo Stato obeso si fa trovare impotente, impreparato, misero, nonostante le enormi ricchezze che preleva ogni anno dagli italiani. E' questo il vero Stato "minimo": massima spesa, minima efficienza, minime capacità.

PRESIDENZIALISMO - Non nasconde certo la sua contrarietà al presidenzialismo il presidente Napolitano, il quale ricorda la saggia scelta dei costituenti di volere al Quirinale una «figura neutra e imparziale». Già, non come uno che si sceglie il premier e boccia a priori una riforma presidenzialista! Ma proprio il settennato Napolitano insegna che non bisogna confondere la correttezza con la neutralità (lui è stato corretto, ma tutt'altro che neutro) e dimostra che il semipresidenzialismo in Italia c'è già (nei poteri, ma senza investitura popolare).

Un semipresidenzialismo "a corrente alternata", come scrissi qualche anno fa. Negli ultimi 17 anni il Quirinale è stato infatti studio notarile durante i governi di centrosinistra, e potere presidenzialista durante i governi di centrodestra. Sempre formalmente rispettando la Costituzione, Napolitano è intervenuto come nessun presidente prima di lui nel processo legislativo (affossando provvedimenti, condizionando il calendario parlamentare e l'agenda politica, intervenendo su tutti i temi d'attualità, dalla politica economica alle riforme, come dimostrano anche le parole di oggi sul presidenzialismo) e nell'indirizzo politico del governo, esercitando una sorta di potere di veto sui decreti governativi e arrivando a scegliersi il premier.

Un po' debole la risposta di Bersani all'offerta del Pdl. Riafferma la scelta parlamentarista del Pd ma ci tiene a dire che «il semipresidenzialismo non è un tabù né una bestemmia». «Il problema è capire se è una discussione seria o un modo per non fare nulla». Se la preoccupazione è questa, perché non va a vedere le carte di Alfano? E perché, se si trova un accordo su uno scambio politico "alto", non si potrebbe tradurre in un emendamento? Siccome per ridurre i parlamentari ci sono voluti 6 anni non è detto che per il presidenzialismo bisogna aspettarne 12. La riflessione è in corso da decenni, i tempi sono più che maturi. La formula dell'emendamento è la via più rapida, dal momento che è già incardinato un disegno di legge costituzionale, ma di per sé non toglie tempo né alla riflessione né al dibattito.

BUFFON - Come personaggio "politico" della giornata una citazione la merita anche Gigi Buffon, con le sue dichiarazioni sul calcioscommesse. Per la sua forte denuncia - liberale e garantista - del marcio rapporto tra procure e giornali, delle fughe di notizie, della giustizia-spettacolo dei blitz con telecamere al seguito, meriterebbe la vicepresidenza del Csm. Non meriterebbe invece la fascia di capitano della Nazionale per la sua recente intervista a Sky. Si è limitato a dire senza ipocrisie ciò che tutti sanno e vedono? No, se si parla di pareggi combinati dire che «ogni tanto qualche conto è giustificato farlo» suona come una giustificazione, non una semplice presa d'atto (basta riascoltare l'intervista). E scommesse o no, sempre di combine si tratta. Né il tema della domanda a Buffon era l'atteggiamento difensivista di una squadra a cui basta un pari per salvarsi. Difendersi accontentandosi del pareggio è strategia di gioco, e se la praticano entrambe le squadre il pari è altamente probabile. Ma è antisportivo concordare dall'inizio o nel corso della gara, anche tacitamente, l'esito finale. E di questo si sta parlando, non del "catenaccio". Tra l'altro, lo stesso Buffon fu molto meno comprensivo con il "biscotto" tra Danimarca e Svezia agli Europei del 2004.

Alfano raddoppia la posta ma dal Pd solo silenzi

Ieri con una lettera al Corriere della Sera, e la sera prima a Porta a Porta, Angelino Alfano ha rilanciato sulla proposta presidenzialista. Oltre al doppio turno - sistema elettorale da sempre in cima alla lista dei desideri dei Ds prima e del Pd poi - ha messo sul tavolo un'altra pietanza per ingolosire gli avversari. Con l'ok all'elezione diretta del presidente della Repubblica, il Pdl sarebbe disponibile ad una nuova legge sul conflitto di interessi. Un vero e proprio baratto politico, ma stavolta "alto" nel metodo (perché alla luce del sole) e nei contenuti (l'architettura istituzionale). Ma la carta di regole più stringenti sul conflitto di interessi, per controbilanciare i maggiori poteri formali in capo ad un presidente eletto direttamente, suona anche come un messaggio implicito al Pd, in modo da sgombrare il campo da ogni alibi: Berlusconi non si candiderebbe al Colle, anche se ovviamente orgoglio e dignità politica gli impediscono di dare soddisfazione pubblica ai suoi avversari storici.

Alla luce della debàcle alle amministrative, e degli ultimi sondaggi, il Pdl ha davvero pochi margini di bluff. Alla mossa presidenzialista si può solo rimproverare di essere disperata e tardiva. Troppo per sperare di andare a buon fine. Soprattutto dopo il voto locale, infatti, il Pd sente di avere la strada spianata verso Palazzo Chigi con qualsiasi sistema elettorale, quindi non vede alcun interesse nel concedere all'avversario, oggi ridotto all'angolo, di condividere il merito di un risultato politico storico come sarebbe la riforma costituzionale in senso presidenzialista. E tra i due partiti chi in questo momento può permettersi di irrigidire le proprie posizioni, non percependo affatto come un dramma l'eventualità di rivotare con il Porcellum (anzi, forse essendone tentato), è il Pd, non certo il Pdl.
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Tuesday, May 29, 2012

Come Srebrenica, Onu di nuovo complice di un massacro

Anche sul Wall Street Journal il paragone Hula-Srebrenica e un duro atto d'accusa nei confronti dell'Onu e dell'amministrazione Obama (qui il mio post di ieri): la «Srebrenica siriana» e «l'Onu di nuovo complice di un massacro».

La condanna del Consiglio di Sicurezza è «incompleta», esordisce il quotidiano Usa: «Avrebbe dovuto includere il Consiglio stesso, per aver fornito la copertura diplomatica che ha permesso al governo Assad di continuare le sue uccisioni». Sotto accusa anche Annan, che «come ex segretario generale Onu è perfettamente allenato nel compiacere i dittatori. La sua tregua - continua il WSJ - è servita solo a far guadagnare tempo al regime di Assad per reprimere i rifugi ribelli a Homs e perpetrare il massacro di Houla».

«L'Onu è complice del massacro di Houla quanto lo fu quando i suoi caschi blu olandesi assistettero e non fecero niente mentre i serbi massacravano migliaia di bosniaci a Srebrenica nel 1995».

Ma il WSJ non assolve nemmeno l'amministrazione Obama, che ha dato via libera al piano Annan «per non dover organizzare una coalizione di volenterosi per intervenire in Siria al di fuori del mandato Onu». Almeno in Libia - conclude - alla fine Obama led from behind. In Siria, invece, sta semplicemente following from behind l'Onu che «è diventata complice di Assad».

Formattatori: istanze giuste, ma poche idee e ben confuse

E' bastata la presenza fisica del segretario a mutare il clima in sala. Il suo arrivo è stato accolto con un'autentica ovazione e chi ha osato ribadire, anche in sua presenza, la richiesta di dimissioni, ha raccolto solo freddezza e qualche fischio. Per disinnescare la contestazione più dura e rubare la scena ai formattatori, ad Alfano è bastato accettare sportivamente il confronto, e promettere da giugno «un giro in tutte le regioni per andare a scoprire i giovani talenti» da chiamare a far parte di una «nuova squadra». Al di là di un giudizio un po' troppo cangiante sul segretario, e di poche idee per lo più confuse, i formattatori avanzano istanze non solo legittime, ma la cui soddisfazione appare ormai ineluttabile e urgente: democrazia interna, primarie, ricambio generazionale. Tutto giustissimo. Tuttavia, il rischio di queste iniziative, pur animate dalle migliori intenzioni, è di scadere nel giovanilismo e nell'autoreferenzialità.
(...)
Il dibattito sul modello di partito - strutturato o leggero - appare ancora a livello piuttosto embrionale. (...) Anche su come introdurre il merito nella scelta delle candidature del partito alle cariche istituzionali, non sembra ancora esserci una posizione univoca. (...) Il dibattito e le proposte dei formattatori riguardano quasi esclusivamente la democrazia interna e l'assetto organizzativo del partito. Troppo scarsa, invece, l'enfasi sui contenuti politici veri e propri... Ma quanto può interessare agli elettori, in particolare ai delusi del Pdl, come vengono scelti i coordinatori provinciali del partito o chi abita il V piano di Via dell'Umiltà?

I giovani formattatori dovrebbero cominciare a dire cosa farebbero loro. Su quali riforme dovrebbe fondarsi la Terza repubblica? Solo sull'uscita di scena di Berlusconi? Quali idee hanno di politica economica? Qual è la loro lettura della crisi? Quale la loro visione di Europa e di politica estera? Cosa propongono per la giustizia?
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Monday, May 28, 2012

La giornata: calcioscommesse, giustizia spettacolo, caccia alle streghe. C'è del marcio in Italia

Lo scandalo calcioscommesse, la giustizia spettacolo, la caccia alle streghe, la purga vaticana, la casta politica e i tecnici bluff. C'è del marcio in Italia, e sembra tenersi tutto insieme. Arresti e indagati eccellenti macchiano il mondo del calcio, sfiorando anche la Nazionale alla vigilia dell'Europeo. Il danno d'immagine è enorme. Da romanista, scandalizzato vero (ma non sorpreso), resto garantista. Bisogna dirlo: alcune perquisizioni francamente ridicole, che sanno di pura spettacolarizzazione, non depongono a favore della credibilità dell'inchiesta.

D'altra parte, ci resta la sensazione che il calcio italiano sia fasullo. Viviamo in un Paese in cui il capitano della Nazionale non si limita a prendere atto senza ipocrisia delle partite truccate, del "biscotto" quando a entrambe le squadre conviene il pareggio, ma in qualche modo le giustifica. E tutto va bene, nessuno dice niente. Fascia da capitano, inno e via in campo. E in cui al di là del fatto penale, sugli illeciti puramente sportivi le autorità calcistiche non indagano, per esempio su quella scandalosa Lazio-Inter di qualche anno fa. E tutto va bene, nessuno dice niente.

Da Rignano Flaminio arriva un'altra ordinaria storia di un Paese fallito. Tutti assolti gli imputati per abusi sessuali nei confronti dei bambini di un asilo. Assolti perché «il fatto non sussiste». Cioè, gli abusi non ci sono proprio stati. Questa la verità giudiziaria. Certo, strano che dal nulla, neanche una piccola molestia, sia potuto scaturire un caso del genere, ma la totale assenza di riscontri era evidente fin dall'inizio. Di certo ci restano arresti illegittimi, senza uno straccio di prova, un magistrato incapace che ha rovinato un'indagine dall'inizio, distruggendo per sempre le sue possibili prove, e una caccia alle streghe nazionale a mezzo stampa e tv.

Nel week end il ministro Giarda aveva di nuovo giocato con le parole sulla spending review, ripetendo la sua stima dei 100 miliardi di spesa «sotto attenzione specifica, potenzialmente aggredibile», che i media zelanti hanno subito trasformato in «tagli». Le cose ovviamente stanno molto diversamente. Di 100 miliardi è la spesa che si può mettere subito sotto esame. La notizia, quindi, è che gli altri 700 miliardi non si "rivedono", almeno non a breve. E stando al «cronoprogramma» presentato oggi dal commissario Bondi, i tagli dovrebbero ammontare a 4,3 miliardi. Alla fine, su 800 miliardi di spesa sono «aggredibili» solo 100 miliardi; e sui 100 «aggredibili», ne saranno tagliati in tutto 4: q-u-a-t-t-r-o! Lo 0,5% del totale.

Anche sull'inchiesta vatileaks, sui «corvi» in Vaticano, c'è più marcio che altro. Trasparenza zero, il sistema giudiziario del Vaticano è credibile come quello iraniano, o cinese, o di un qualsiasi regime dispotico del centroafrica. Il processo non sarà pubblico, le accuse e le prove dell'accusa ovviamente sì. Semplicemente lo Stato Città del Vaticano non è una democrazia, non è uno stato di diritto, ma i media riportano le notizie come se si trattasse di una normale vicenda giudiziaria, in realtà facendosi portavoce di quello che vogliono farci sapere, senza alcun controllo delle fonti. Sembra più una purga, o una faida; o tutte e due?

Nuova strage, vecchio scandalo: l'Onu

Dietro l'ennesima strage in Siria c'è un vecchio scandalo: l'Onu. L'Onu ormai strumento delle dittature grandi e piccole, sempre più paravento dietro cui si perpetrano i più gravi crimini contro l'umanità. E scusate, ma questo è uno dei più grandi scandali planetari, che solo il sonno ideale in cui versa l'Occidente impedisce di denunciare con la forza che meriterebbe.

Non fa neanche più notizia che il Consiglio di Sicurezza non riesca a votare una risoluzione sulla strage di Hula per i soliti veti russi e cinesi. L'Onu «condanna», si legge sui giornali e si sente in tv, ma in realtà la dichiarazione, non vincolante, della presidenza di turno del Consiglio (Azerbaigian!) è al massimo una "semi-condanna", nella quale si allude ad una possibile estraneità del regime di Assad.

Hula come Srebenica, come Sarajevo; in Siria come in Bosnia. Dove c'è Onu ci sono massacri, è matematico. Con i caschi blu che stanno a guardare, scattano foto, compilano inutili e penosi rapporti. Processi di pace e missioni diplomatiche che in realtà fanno il gioco dei dittatori, funzionali alle loro repressioni sanguinarie. Come si può pretendere di proteggere i civili praticando l'equidistanza politica tra regime e ribelli, tra aggressori e vittime?

Ritorna la domanda: ha ancora senso l'Onu? Non è giunto forse il momento di rottamare l'Onu, o almeno certa casta onusiana, di cui Kofi Annan è la massima e più rivoltante espressione? Ancora lui nonostante tutti i malaffari? Vittima ingenua dei raggiri di Assad o piuttosto complice? La Russia può facilmente nascondersi dietro il suo piano, dire di non appoggiare Assad ma di sostenere il piano Annan, ben sapendo che in realtà quest'ultimo fa proprio il gioco di Damasco.

L'altra chiave di lettura della crisi siriana è l'assenza della leadership americana. I tentennamenti, i "flip flop" dell'amministrazione Usa già visti in occasione della crisi iraniana, poi di quella egiziana e infine libica. Chi alla Casa Bianca ha avuto il coraggio e la lungimiranza di "scavalcare" l'Onu è stato dileggiato e disprezzato dai benpensanti. Oggi invece totale fiducia nel genio diplomatico e nel Nobel per la pace Obama, che procede caso per caso, senza strategia, senza visione, toppa dopo toppa. In Libia sì all'intervento - con colpevole ritardo - perché con Gheddafi si poteva vincere facile, senza boots on the ground (e nonostante questo si è rischiato lo smacco), mentre per deporre Assad bisognerebbe vedersela con Russia, Iran, Hezbollah, avversari veri insomma, non beduini. La toppa per la Siria sarebbe la cosiddetta "opzione yemenita", ovvero una transizione interna al regime favorita da una mediazione araba. Innanzitutto, nello Yemen il giudizio sull'esperimento è sospeso, non essendo ancora chiaro se sarà in grado di produrre un cambiamento pacifico ma reale, o se piuttosto permetterà nella sostanza di salvare lo status quo. Ma la Siria di tutta evidenza non è lo Yemen. Niente di più facile che la Yemenskii Variant, come guarda caso l'hanno ribattezzata a Mosca, possa apparire inizialmente un successo diplomatico americano salvo poi, nella sostanza, rivelarsi la più tipica delle normalizzazioni.

Friday, May 25, 2012

Il Pdl prova ad uscire dall'angolo

Non sarà «la più grande novità della politica italiana», ma dalla conferenza stampa di Berlusconi e Alfano alcune piccole novità sono uscite. Non è nuova la predilezione del Pdl per il presidenzialismo - anche se negli ultimi anni sempre più sbiadita insieme alle altre bandiere del '94 - ma per la prima volta c'è un'apertura a quel sistema elettorale che Ds prima e Pd poi hanno sempre ritenuto a loro più congeniale: il doppio turno. Esiste un problema di credibilità di chi avanza le proposte, ed è fuor di dubbio che ai cittadini e agli elettori del Pdl sarebbe interessata di più una "grande novità" di politica economica, magari accompagnata da un esplicito mea culpa per le promesse tradite.

L'annuncio quindi sapeva di minestra riscaldata, e lapsus e imbarazzi non hanno aiutato. Ma ironie e facili battute a parte, il Pdl ha messo sul tavolo il modello francese e lanciato alcuni precisi messaggi ai suoi interlocutori d'area. Come sempre, in questi casi, c'è un solo modo per smascherare il bluff, se si ha il sospetto che di questo si tratti: andare a vedere le carte. Il Pdl viene accusato di voler buttare la palla in tribuna per non fare le riforme istituzionali e per non cambiare il porcellum. Ma a ben vedere lo stesso si potrebbe pensare del Pd se, come sembra, opponesse un rifiuto a prescindere, senza verificare le reali intenzioni della controparte.
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Su Eurobond confronto tra due diverse visioni di Europa e dell'economia

Prima l'unione fiscale o prima la condivisione del debito? Quello sugli Eurobond è un confronto tra due diverse visioni di Europa e dell'economia. Per Hollande la mutualizzazione di una parte del debito è un punto di partenza, perché è attraverso l'indebitamento che si stimola la crescita e se è comune i tassi di interesse sono più ragionevoli. Per la Germania invece è un punto di arrivo («ci sono dieci passi da fare prima di arrivare agli Eurobond», avverte la cancelliera Merkel). Prima occorre l'unione fiscale, cioè un'armonizzazione delle politiche di bilancio, altrimenti alcuni paesi si troverebbero di fatto a pagare per garantire i debiti altrui. Gli Eurobond per i tedeschi non risolverebbero il problema degli eccessivi debiti nazionali e della scarsa competitività, che è all'origine dell'incapacità di crescere di alcuni paesi. Monti sembra situarsi a metà strada. Non adesso, né alla fine del processo di integrazione, ma «quando i tempi saranno maturi, non fra moltissimo», secondo il premier italiano.

Il punto è che da una parte si vogliono mutualizzare gli elevati debiti dell'Eurozona, ma dall'altra, sul fronte dell'integrazione delle politiche di bilancio e dei mercati, e della riduzione dei gap di produttività, non solo non si è fatto nulla, si è appena cominciato, ma si oppongono resistenze, rinvii e deroghe. È più che fondato quindi il sospetto che si pretenda semplicemente che la Germania paghi il conto per tutti. Il rischio è che Eurobond e investimenti in infrastrutture servano da specchietti per le allodole per non ridurre il peso dello stato e per aggirare le riforme strutturali necessarie a superare un modello sociale ormai insostenibile.
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Thursday, May 24, 2012

La giornata: chiuse le casse nazionali, parte l'assalto alla cassa comune europea

Monti promette 8 miliardi ai giovani (dai fondi europei ancora inutilizzati), che funzioneranno per la crescita e l'occupazione come le decine di miliardi degli anni scorsi.

Il ministro Fornero vuole per il pubblico impiego «qualcosa di simile a quello che abbiamo fatto per i dipendenti privati relativamente alla possibilità di licenziare». Ma dovrà chiarirsi con il ministro Patroni Griffi, che nel protocollo con i sindacati ha messo tutt'altro.

Intanto dal nuovo presidente di Confindustria Squinzi, insediatosi oggi, arrivano critiche alla riforma del lavoro, che «non convince». Lancia l'allarme fisco - una «zavorra intollerabile» per le imprese che sopportano una pressione fiscale e contributiva del 68,5%, denuncia - e attacca la spending review, «non deve essere solo una bella analisi, servono tagli veri». Sarà «tostissima», assicura la Fornero con un nuovo slancio di slang giovanilistico, dopo «paccata». Speriamo non lo sia come doveva essere «epocale» la riforma del lavoro.

Nuova stoccata di Draghi alle politiche di consolidamento di bilancio, che vanno «riqualificate con una diminuzione della spesa corrente e del prelievo fiscale». L'esatto opposto di quanto ha fatto finora il governo Monti (in carica da 7 mesi).

Continua a distanza la polemica tra Parigi e Berlino sugli Eurobond. «Non risolvono il problema dei debiti eccessivi e della scarsa competitività», avverte Westerwelle; «ci sono dieci passi da fare prima di arrivarci», insiste la Merkel.

Monti sembra porsi a metà strada tra Hollande (che li vuole subito, come punto di partenza) e Merkel (che li ritiene un punto di arrivo, prima ci vuole l'unione fiscale): «L'Italia è favorevole», ma «quando i tempi saranno maturi», che per Monti sarà «non fra moltissimo», non mesi ma nemmeno 5-10 anni.

La crisi sembra aver riportato il costo dei debiti dell'Eurozona ai livelli pre-euro. Ciò vuol dire che i mercati stanno prezzando i debiti nazionali come se l'euro non ci fosse. A questo punto che senso avrebbe una condivisione solo parziale del debito? Chi propone gli Eurobond per coerenza dovrebbe proporre di condividere i debiti nella loro interezza, visto il rischio di rendimenti ancora più elevati sulla rimanente parte del debito che continuerebbe ad essere emessa a livello nazionale, quindi sganciata dalla garanzia tedesca.

Altro che "federalisti" e unione politica, qui si vogliono gli Eurobond per continuare a spendere e a tenersi lo Stato e il modello sociale esattamente come sono oggi. Si parla di Eurobond e investimenti in infrastrutture per non ridurre il peso dello Stato e per aggirare vincoli e riforme scomode.

«Non può esistere un cresci-Italia senza un cresci-Europa» è una frase rivelatrice. Visto che non si può fare più spesa con i bilanci nazionali, bisogna fare più spesa a livello europeo (lì tanto c'è la garanzia tedesca). Ma ci muoviamo sempre all'interno di un'ottica secondo la quale la crescita si stimola in nessun altro modo che con la spesa pubblica. Chiuse le casse nazionali, ci si rivolge a quella comune europea. Le riforme strutturali non si fanno o si fanno male perché in fondo non ci si crede. Per Monti come per gli altri non può esistere un cresci-qualcosa senza un cresci-spesa. Di rigore se n'è fatto poco, tardi e male (solo tasse, tagli risibili).

Se Montezemolo raccoglie la bandiera di "Forza Italia"

Evaporazione, disfatta, o semplice sconfitta del Pdl e della Lega alle amministrative, ci sono pochi dubbi sul fatto che si è aperta un'immensa prateria per una nuova offerta politica rivolta agli elettori di centrodestra, che molti si ostinano a chiamare "moderati", mentre sono piuttosto incazzati, oltre che smarriti e disgregati, e nonostante serva tutto fuorché "moderazione" per affrontare la decennale crisi italiana.

E' dunque il momento di Luca Cordero di Montezemolo? Con una lettera al Corriere ha chiarito ciò che era nell'aria: potrebbe anche scendere in campo nel 2013 (stucchevole il condizionale), ma non cerca né "accompagnatori" né scudieri. Totale chiusura, o piuttosto l'apertura di una trattativa alle sue condizioni?

Fondamentale capire quale sarà il vero programma al di là dei proclami: si tratta di federare i "moderati", o di liberare finalmente l'Italia dallo statalismo? Per il berlusconismo lo slittamento della mission dalla "rivoluzione liberale" all'unità dei "moderati" è stato la tomba dell'una e dell'altra. Significativo quindi che Montezemolo non usi mai il termine "moderati", ma piuttosto evochi un'alleanza dei «produttori», e che il «campo ideale» da lui descritto somigli a quello della Forza Italia del 1994.
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